Ecco come funziona il riuso creativo basato sulla rigenerazione dei materiali.

Riciclo, riuso, riutilizzo , sono tanti i modi di chiamare un’abitudine antica che si era persa nel tempo. Ovvero dare nuova vita agli abiti che non si mettono più. Caduto in disuso a causa del consumismo, il reimpiego dei capi di abbigliamento è diventato oggi un trend di moda. Basti dire che nel biennio 2018-2020 il comparto moda è cresciuto di un timido 3% mentre quello del riuso di abbigliamento del 12%. E, se nel 2009 negli armadi il 3% erano capi di seconda mano, si stima che nel 2030 questa percentuale salirà al 17%. Solo in Italia nel 2019 il valore generato dalla second hand economy ha raggiunto quota 24 miliardi di euro, una cifra pari all’1,3% del PilI nazionale. Un trend che ha investito anche il mondo del lusso. Infatti, secondo il 7°report True luxury global consumer insights di Altagamma-Bcg, il «second hand» alto di gamma oggi rappresenta l’8% del mercato (circa 25miliardi di euro) con una stima di crescita 4 volte più veloce rispetto alle vendite dei prodotti nuovi. Così, se prima ci si vergognava a portare due volte lo stesso vestito, adesso è un vanto non buttare nulla perché è diventato indice di sensibilità verso l’ambiente. La conferma arriva ancora una volta da Internet. Vestiaire Collective, la piattaforma francese di vendita e acquisto di moda di seconda mano, ha raggiunto i 10milioni di utenti nel mondo mentre l’italiana Subito vanta oltre 13milioni di utenti unici mensili. Inoltre, basta andare su qualsiasi motore di ricerca e digitare «riutilizzo di abiti usati» ed ecco comparire pagine e pagine di tutorial su come trasformare e rimodernare pantaloni, camicie e abiti. Ci sono poi le influencer del refashion. Una su tutte Selene Verdoglia. Sul suo canale su YouTube Un punto alla volta, dove insegna come riutilizzare i tessuti dando loro nuova vita, ha superato i 60mila iscritti e ogni suo video è visualizzato decine di migliaia di volte. La guru del riuso è però l’americana Jillian Owens, conosciuta con ReFashionista. I suoi canali social aggregano oltre 100mila follower mentre il suo blog vanta quasi 17mila iscritti.

Anche le aziende si stanno muovendo in questo senso. Proprio uno dei colossi del fast fashion, quintessenza dell’abbigliamento usa e getta, ha implementato un programma di riuso creativo. H&M ha infatti installato nel suo punto vendita di Drottninggatan, la strada pedonale più «in» di Stoccolma, un macchinario che ricicla in tempo reale i capi usati. Loop, così si chiama il macchinario realizzato in collaborazione con HKRITA (The Hong Kong Research Institute of Textiles and Apparel) e Novetex Texile), una filatura di Hong Kong, per sole 150 corone svedesi, poco meno di 15 euro, trasforma, in poche ore, un capo che non si usa più in uno nuovo di zecca. Gli indumenti vengono puliti, sminuzzati in fibre e trasformati in un nuovo filato che viene poi lavorato unendolo a materiali vergini provenienti da fonti sostenibili. Il sistema non utilizza acqua e prodotti chimici, avendo così un impatto ambientale notevolmente inferiore rispetto alla produzione dei capi da zero. «Entro il 2030 – dicono da H&M – puntiamo a che tutti i nostri materiali siano riciclati o acquistati in modo più sostenibile, una cifra che per il 2019 era al 57%».

In Italia diverse realtà si occupano di reimmettere nel mercato gli abiti dismessi. A Roma, per esempio, c’è Sowed, la onlus fondata da Veronica Bello che ridà vita agli abiti da sposa. Il nome nasce dall’unione di Social (tutti i prodotti sono visibili e acquistabili online) e Wedding. L’idea consiste nel raccogliere abiti e accessori da sposa e da cerimonia, donati da privati o da atelier, e metterli a disposizione di futuri sposi, costumisti, fashion stylist, professionisti e privati. Sowed però significa anche «seminare, piantare» e la Onlus, infatti, si pone l’obiettivo di seminare nuove idee e diffondere iprogetti che coniugano fashion, wedding e beneficenza.

Di admin

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